Giovedì, 9 febbraio 2012 ore 02:38

 

 

CASTELVERDE

E I SUOI 50 ANNI

( STORIA DI UN QUARTIERE )

 

 Storia scritta  mettendo assieme una parte degli appunti conservati da Antonio Paolini , figlio di Guglielmo Paolini  uno dei soci della cooperativa di marchigiani che nel 1950 vennero dalla regione  Marche a Roma.

Pubblicata  nel febbraio del 2000 in occasione dei 50 anni dall’arrivo a Roma di Antonio

 


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INDICE

 

 

Capitolo primo.

Dalle Marche a Castellaccio.

Capitolo secondo.

Il Capannone.

Capitolo terzo.

Aratura dei terreni.

Capitolo quarto.

Costruzione delle prime case.

 Capitolo quinto.

Mancanza di servizi.

Capitolo sesto.

Il forno.

Capitolo settimo.

La strada.

Capitolo ottavo.

Presidente  e il suo Consiglio.

Capitolo nono.

La Chiesa e le Scuole.

 

Conclusioni


 

 


Capitolo primo

 

 

Dalle Marche a Castellaccio

 

 

    Questa che sto' per narrare, è la storia di una frazione in periferia di Roma, raccontata e vissuta da un figlio di un socio della cooperativa S.A.C.D..

    Tutto iniziò con la creazione di due zone chiamate Castellaccio e Ovile, conosciute oggi con il nome di Castelverde e Villaggio Prenestino.

    Subito dopo la seconda guerra mondiale, intorno agli anni  50,  stanchi di essere schiavi della mezzadria, alcuni marchigiani iniziarono ad emigrare all’estero, altri trovarono soluzioni alternative.

    L’avventura iniziò con un gruppo di poche persone.

    Ad essi giunse voce che, nelle campagne alle porte di Roma,  si formavano cooperative agricole.

   Decisero dunque di controllare cosa realmente accadeva in queste zone.

    I terreni di Castellaccio e Ovile, erano di proprietà del duca Grazioli, quindi noi marchigiani, quando venimmo la prima volta, incontrammo l’organizzatore di cooperative agricole.

    Dopo alcuni incontri con il nostro gruppo, i nostri rappresentanti fondarono insieme all’amministratore di cooperative agricole,  la cooperativa S.A.C.D..

    I gruppi organizzatori marchigiani, tornarono nelle Marche ed iniziarono a cercare nuovi soci per

 

   Ampliare la  cooperativa, andarono nei campi, tra i contadini mezzadri, dicendo loro, che nelle campagne periferiche romane si era costituita una cooperativa agricola formata da alcuni marchigiani.

    Avendo compreso che si cercavano nuovi soci che potessero aderire a questa iniziativa lontana, e soprattutto molto rischiosa, alcuni di essi vennero a Roma, nelle campagne a vedere con  i propri occhi cosa realmente c’era di interessante e di vero, molti di questi si fermarono ed aderirono versando le loro quote.

    Con il passar del tempo i soci aumentarono e molte persone giunsero dalle Marche.

 

 


Formata la nuova cooperativa, ogni capofamiglia venne a Roma per versare le propri quote.  Tornò nella propria casa d’origine per proseguire il lavoro dei campi fino al termine dell’anno 1950.

    Il 20 luglio 1950, prendemmo possesso di questi terreni.

    Partimmo dalle Marche con un pullman composto da circa quaranta persone, alcuni ventenni, altri non superavano i quaranta anni, tutto questo perché i nostri padri dovevano rimanere nelle loro terre per ultimare il lavoro dei campi.

     Arrivammo nella prima mattina del 20 luglio ad Ovile, dove trovammo un grande capannone utilizzato dai pastori locali per mungere le pecore, questo divenne il nostro dormitorio

    Purtroppo ci rendemmo conto che doveva essere ancora ripulito dal letame degli animali, nonostante alcuni giorni prima quattro soci tentassero di sgomberare il capannone senza riuscirci.

    Tutti insieme ci adoperammo a ripulire ogni cosa servendoci dell’acqua di un fontanile, posto nei pressi del capannone, utilizzato per abbeverare gli animali. 

    Iniziammo ad organizzarci per la notte, creando delle brande costituite da paletti di staccionata intessuti con filo di ferro. 

    Tutto era pronto per passare la nostra prima notte ad Ovile


 

Capitolo secondo

 

Il capannone

 

    Il capannone aveva una copertura precaria, realizzata con travi di legno, moraletti e tegole non murate,  solamente poggiate sopra, l’esterno era formato da pilastri in muratura fatti di mattoni, ( distanza uno ogni 5 mt. ) il resto era vuoto, non vi erano pareti, era un enorme capannone e nei giorni successivi fummo costretti a tamponare le aperture con balle di paglia.

 

 

 

 

Foto Claudio Valletti

Plastico dell’ovile fatto realizzare da Mons. Giuseppe .Badini per il 25° di Castelverde

 

 

 

    Oltre a dormire, la nostra preoccupazione era quella di trovare uno spazio adeguato per cucinare.

    Nei pressi del capannone c’era un piccolo  fabbricato adibito in passato a dormitorio dei pastori e alla produzione del formaggio.

 

 

 

Foto Claudio Valletti

Plastico della casa con il Forno vicino all’ovile, fatto realizzare da Mons. Giuseppe Badini per il 25° di Castelverde

 

     Pensammo dunque di utilizzarlo come cucina.

Insieme comprammo grandi pentoloni, provviste settimanali e alcuni di noi si offrirono volontariamente in qualità di cuochi.  Eravamo diventati una grande famiglia !

    Sin dal giorno seguente, nei nostri terreni, organizzammo l’apertura delle cave di tufo e pozzolana da utilizzare per la costruzione di fabbricati.  Inoltre preparammo scavi per le fondamenta delle prime case coloniche.

     Nel frattempo contattammo un’impresa chiamata I.C.I. , che si impegnò nel costruire i nostri fabbricati. Fece a Castellaccio un “baraccone” realizzato in muratura con mattoni bucati detti forati.

    La copertura invece era eseguita con tegole e catinelle a secco.

 

Foto Aerea dei primi anni  ’50 – zona Castellaccio Ovile dalla Via Prenestina a Lunghezza

Foto da Collazia -  di Lorenzo Quilici

     Questi locali erano adibiti ad ufficio e dormitorio degli operai dell’impresa oltre a deposito di materiali edili. 

    La società I.C.I. in pochi mesi fallì e di conseguenza i lavori si fermarono.

     Si avvicinava il mese di  novembre, i mezzadri marchigiani dovettero lasciare case e terreni d’origine.

    “Il baraccone” di cui ho parlato prima decidemmo di dividerlo creando 11 locali al fine di ospitare 11 famiglie. Non bastava!

     Collegammo al “baraccone” 4 piccoli locali per ospitare altre 4 famiglie. 

     Oltre a questo”baraccone” c’era  anche il  capannone di  Ovile,di cui vi ho parlato prima, che avevamo diviso con balle di paglia per ospitare altre famiglie. 

     Vicino al capannone erano collocati due piccoli fabbricati (adibiti in passato a dormitorio dei pastori e alla lavorazione del formaggio), trasformati da noi prima in cucina con annesso un piccolo appartamento, poi in abitazione per altre famiglie.

     Ricordo che c’era inoltre uno stipo dei maiali e un forno per cuocere il pane.

     Le famiglie si accontentarono di occupare qualsiasi spazio abitativo pur di avere un tetto su cui ripararsi.

 

 

 

Capitolo terzo

 

Aratura dei terreni

 

    Ricordo quell’inverno del 1950 – 1951, per il freddo e la neve.

    Le gelate notturne, boccali d’acqua che si gelavano sui tavoli della stanza e quando nevicava a vento, neve che entrava attraverso le tegole, fino ai nostri letti.

    Tornando all’estate del 1950, la cooperativa S.A.C.D. acquistò due trattori, aratri, altre attrezzature per coltivare e seminare il terreno e un camion per il trasporto delle famiglie e dei loro oggetti personali.

 

    Nella stessa estate iniziammo ad arare il terreno.

 

    Avevamo un trattore da 120 cavalli e fu fatta una profonda aratura per piantare piante da frutto e vigneti.

    Preparammo il terreno per la semina.

     Nei primi giorni di novembre si iniziò la semina del grano, avena e fave.

    Tutto questo era fatto in società e così giungemmo finalmente a raccogliere i nostri frutti.

 

    Purtroppo i trattori ed altre attrezzature erano acquistate con cambiali a rate mensili.

    Non furono mai pagate nonostante che i soci versassero regolarmente le loro quote all’amministratore della cooperativa che sparì portando con sé i nostri versamenti.

    Arrivammo finalmente al raccolto ma i debitori lo sequestrarono.

 

     La LEGA COOPERATIVE nominò un commissario per occuparsi della nostra situazione decise di lasciare ad ogni famiglia il grano sufficiente per la sopravvivenza e ritirò tutta la restante parte.

    La miseria era sopraggiunta! Dovevamo pagare ad ogni costo i nostri debiti per non rischiare di tornare  nelle Marche senza niente.

 

 

Foto Aerea dei primi  anni ’50 – Castellaccio  lato Via Prenestina

Si notano i campi arati, le prime case e la strada Via Massa di S.Giuliano

Foto da Collazia – di Lorenzo Quilici

    Per poche centinaia di lire lavoravamo duramente nelle tenute agricole e ricordo  che la paga giornaliera era oscillante dalle seicento alle settecento lire al giorno

 



               Capitolo quarto

 

Costruzione della prime case

 

    Dal 1950 in poi assistemmo al boom dell’edilizia romana e noi giovani lavoravamo nei cantieri edili di Roma mentre i più anziani e le donne continuavano a coltivare la terra assegnatagli.

    Nel periodo tra il 1951 e il 1952 continuò la costruzione delle case coloniche iniziate dalla poi fallita ditta I.C.I..

    Avevamo nuovamente acquistato fiducia e il coraggio di non fermaci di fronte agli ostacoli!

    La maggior parte dei  soci improvvisarono nel loro terreno baracche costruite in muratura.

    Coltivavano grano ed avena con la collaborazione di tutta la famiglia.

    Questi terreni si presentavano incolti, ma fertili e nei primi anni resero buoni raccolti che consentirono di pagare i debiti contratti in cooperativa.

   Una parte dei soci iniziò la costruzione di un piccolo fabbricato in muratura e negli anni seguenti, per mezzo della cooperativa agricola, furono riconosciuti dallo Stato quali coltivatori diretti.

    Ricevemmo dallo Stato, presentando ognuno un progetto in base agli ettari di terreno assegnatici, soldi a fondo perduto per la costruzione di case coloniche.


 

Capitolo quinto

 

Mancanza di servizi

 

    In quegli anni è giusto ricordare la mancanza di corrente elettrica e di acqua per lavarci e cucinare.  Le famiglie di Castellaccio con brocche di terracotta portate a spalla prendevano l’acqua dal fontanile di Ovile.  Al fine di evitare tanta inutile strada, per i servizi di pulizia casalinga utilizzavamo l’acqua della marana.

    Iniziammo a scavare manualmente con piccone e pala dei pozzi da cui estraevamo terra e pozzolana fino ad arrivare al livello della sorgente d’acqua.

    L’estrazione di questi materiali era possibile grazie a carrucole o argani. L’acqua, estratta manualmente, poteva finalmente venire alla luce e servire per usi domestici.

    Non avendo energia elettrica, fu fatta richiesta. La società elettrica d’allora rispose che l’avrebbe collegata se le cabine e le linee fossero state sostenute a nostre spese.

    La cooperativa S.A.C.D. contattò un ingegnere che preparò il progetto e lo presentò. Il Comune lo approvò.

    Una ditta esterna iniziò i lavori, costruì cabine e linee pronte per l’allaccio.

    La cooperativa S.A.C.D. passò le consegne alla Romana elettricità (futura Acea) che allacciò la corrente elettrica.

    Finalmente potevamo utilizzare corrente elettrica in casa, estrarre acqua potabile dai pozzi, coltivare e annaffiare ortaggi.

 


Capitolo  sesto

 

Il forno

 

 


 

    A quei tempi si faceva il pane in casa.

    Il forno,unico per 90 famiglie, si trovava ad Ovile.

    Almeno il giorno prima si doveva prenotare e portavamo a spalla da Castellaccio non solo il pane da cuocere, ma anche la legna.

     Non possedendo mezzi di trasporto meccanici, ci spostavamo a piedi o in bicicletta.


            Foto Claudio valletti


Capitolo  settimo

 

La strada

 

    A quei tempi non esistevano le strade.

    L’unica percorribile era quella che partendo da Lunghezza si collegava con la Prenestina e attraversava la zona di Ovile.  Mancando a castellaccio, sorse il problema di creare una strada percorribile.

    La cooperativa contattò un geometra per la divisione dei terreni.

    Tra i lotti assegnati ai soci, il geometra picchettò la strada partendo dalla Prenestina fino ad arrivare agli ultimi lotti comprendenti l’attuale Largo Rotello (conosciuto come capolinea di autobus).

    Al confine con Largo Rotello si trovava una staccionata chiusa da un cancello da cui partiva una strada di terra che scendeva al Canalone.  Qui un altro cancello chiudeva una proprietà privata adibita a pascolo di bestiame.

    Con grande entusiasmo iniziammo la strada.

    Per massicciare la strada utilizzammo pietre di selcio.

     Nei terreni esistevano muri di  pietre a secco utilizzate come linee divisorie delle zone da pascolo. 

    Da questi terreni caricammo a mano il pietrame su un rimorchio trainato da un trattore.

    Giunti sul posto, scaricammo le pietre sistemandole in modo appropriato.

    Come rifinitura sopra il pietrame mettemmo lo scarto di pietrisco estratto dalle cave di selcio.

    Sottolineo che economicamente non avevamo la possibilità di utilizzare ruspe o pale meccaniche per la lavorazione della strada, e a queste attrezzature sostituivamo le nostre braccia.

 

Capitolo  ottavo

 

Presidente e il suo Consiglio

 

    Facendo un  salto indietro nel tempo in cui l’amministratore di cooperative agricole sparì con il suo inganno, vorrei ricordare che il commissario preposto dalla Lega Cooperative s’impegnò, e risolse i nostri problemi al punto che i soci si sentirono pronti a gestirsi autonomamente formando un proprio Consiglio ed eleggendo un Presidente.

     Il Consiglio fu in vita molti anni.   Terminato il riscatto del mutuo, si sciolse.



 

Capitolo nono

La Chiesa e le scuole

  


 

Foto Claudio Valletti  

 

 

     L’attuale Chiesa fu costruita a Castellaccio intorno al 1954.

      Il centro di Castellaccio si espandeva nei paraggi e la proprietà di quei terreni era di un socio che decise di donare parte al Vicariato per la costruzione della Chiesa e degli spazi esterni che sarebbero serviti per l’attività sportiva dei giovani. 

    Una ditta esterna costruì sia la Chiesa che l’abitazione del Parroco.

     La parrocchia fu chiamata Santa Maria di Loreto in Castellaccio e faceva riferimento ad essa anche Ovile.


 L’acquisto di panche e campana furono il contributo dei cittadini sia di Castellaccio che d’Ovile.

    La devozione per la Madonna di Loreto spinse noi marchigiani a collocare la sua immagine all’interno della Chiesa.  Poterla venerare era per noi motivo d’orgoglio e gioia. Ci ricordava le nostre origini che non avevamo e tuttora non abbiamo intenzione di perdere!

    La voglia di non fermarci di fronte agli ostacoli era dovuta dalla nostra fede. Ci aiutava in questo un prete missionario che dagli inizi del nostro insediamento celebrava la Santa Messa all’interno del capannone di Ovile.

    In seguito venne a Castellaccio e celebrò la Santa Messa all’interno delle case in costruzione senza finestre, né pavimenti.

 

    Il Sacerdote dopo la funzione religiosa si tratteneva con noi giovani a colloquiare o a giocare a bocce, e personalmente seguiva i più piccoli nell’insegnamento del catechismo.

    Per passare la domenica non avevamo bisogno di fare grandi cose.

    Sia per la mancanza di possibilità economiche, sia perché essendoci poco  ci accontentavamo ed eravamo felici con poco.

 

    Successivamente alla costruzione della nuova Chiesa si alternarono a Castelverde alcuni parroci provvisori.

    Per parecchi anni ne rimase uno che di sua iniziativa,  con le offerte dei fedeli, con volontà e sacrifici, costruì locali antistanti la Chiesa da adibire a scuola elementare.

    Per noi rappresentava un’iniziativa di un certo rilievo perché la più vicina scuola si trovava a Lunghezza e non avendo in zona mezzi pubblici né macchine, l’unico modo per raggiungere l’edificio scolastico era a piedi.

   Fu costruito un altro  locale da adibire a catechismo, riunioni ed altre manifestazioni.

   In seguito un gruppo di volontari utilizzò questo locale per l’attività sportiva.

    L’attuale palestra ne è tuttora testimonianza rappresentando un bene per Castelverde perché occupa il tempo dei ragazzi levandoli dalla strada.

 

    Dopo anni di continue proteste il Comune s’impegnò nel creare i primi edifici scolastici iniziando dalle scuole elementari, successivamente con le scuole medie assistemmo ad una crescita  del nostro quartiere.

    La fortuna volle che una società privata mettesse dei pullman a disposizione per collegare Castellaccio con il centro di Roma.

     Il servizio funzionò per molti anni fino a quando il Comune di Roma si rese conto dei nostri disagi mettendo degli Autobus comunali di linea urbana che assicurassero un servizio più continuativo.

    Passavano gli anni e la nostra cooperativa S.A.C.D. continuava a costruire case per le famiglie dei soci e per gli altri con il vincolo posto dal mutuo, di non poter fare passaggi di proprietà.

    La cooperativa S.A.C.D. aveva la proprietà del capannone di Ovile.

    I soci della cooperativa riunirono il loro Consiglio interno con il Presidente e decisero di vendere il capannone con il terreno circostante e due piccoli fabbricati.

    Il ricavato servì per riscattare finalmente il mutuo.

    Ognuno diventava così proprietario del lotto di terreno assegnatogli  potendo disporne liberamente.

    Negli anni seguenti la cooperativa, non avendo più motivo di esistere, si sciolse.

 


Conclusioni

 

    Castellaccio è cresciuto con noi grazie anche ai servizi di prima necessità  quali acqua in casa, allaccio delle fogne, gas,  contenitori per la raccolta dei rifiuti e altro.

    Sta  ai giovani d’oggi  proseguire la strada iniziata 50 anni prima.

    Colgo l’occasione per ricordare i primi promotori della cooperativa che hanno creduto quando noi soci  nei momenti difficili,  li accusavamo di portarci nella miseria.

    Dobbiamo a loro se oggi abbiamo  qualcosa!

 

 

 

 

    Ringrazio il  Presidente e il suo Consiglio che in quegli anni con impegno e onestà contribuirono a realizzare le nostre speranze.

    La nostra storia la dedico a tutti i giovani affinché capiscano come la vita può essere difficile,  ma la speranza può raggiungere piccoli obiettivi che sono grandi nel nostro cuore.


 

 

 Castelverde  febbraio 2000 

 

 

                                                        Antonio Paolini

 

 
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Castelverde
Ultima modifica 29/05/2006     Informazioni legali    
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